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Morto che cammina!


Letture: Giovanni 12: 24-26 | Fil 3: 8-14

C'era un'usanza morbosa in alcune parti del sistema carcerario americano prima degli anni '1960: quando un condannato a morte veniva condotto sul luogo dell'esecuzione, una guardia gridava: "Un morto che cammina! Morto che cammina!" Quando ero frate studente, lo dicevo ai giovani frati il ​​giorno prima della loro professione solenne: Dead man walking! Lo intendevo come una sorta di falso umorismo cupo, analogo alle banali gag da addio al celibato sulla "vecchia palla al piede" dell'epoca dei comici che raccontano barzellette sulla suocera. Come a dire: "Beh, ora è tutto finito!"

Ma non ci resta che riascoltare le parole del Vangelo per lasciarci alle spalle gli scherzi e apprezzare il ruolo serio ed essenziale che la morte gioca nella nostra fede cristiana, e più sinceramente e in modo indispensabile nel modo in cui viviamo quella fede. Paradossalmente non c'è niente di più vitale per una vita abbondante della morte. “Amen, amen vi dico, se un chicco di grano non cade in terra e muore, rimane solo un chicco di grano; ma se muore, produce molto frutto”.

"A meno che un chicco di grano non cada a terra e muoia..." Tutti noi abbiamo appena assistito ai nostri fratelli Giosuè, Giuseppe e Matteo cadere a terra per morire. Caddero a terra e stesero le braccia a forma di croce. Hanno ascoltato chiaramente le parole del Vangelo che hanno scelto per questa santa Messa: “Chi mi serve mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”. Giosuè, Giuseppe e Matteo stesero le braccia a forma di croce mentre cadevano a terra, perché vogliono essere servi di nostro Signore Gesù Cristo e vogliono essere suoi servi per sempre. Come servi, vogliono seguire Gesù, e vogliono seguirlo nel luogo dove si trova. "Dove sono io, là sarà anche il mio servo".

E dov'è Gesù? È sulla croce. È sulla croce per morire, per poter produrre molto frutto: il frutto dell'amore oblativo, il frutto che è vita abbondante, cioè vita eterna, e la gioia che ne deriva. Dio Padre onorerà questi uomini che lo servono. Li onorerà con la gioia eterna di una vita che viene, come predica san Paolo ai Filippesi, dalla «partecipazione alle sofferenze di Cristo conformandoci alla sua morte».

Uomini morti che camminano, questi tre. Ma così siamo tutti uomini morti che camminano. La nostra morte è iniziata con il Battesimo. “O non sai che noi che siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte? Con lui siamo stati infatti sepolti mediante il battesimo nella morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi viviamo in novità di vita». Cioè, naturalmente, dalla lettera di san Paolo ai Romani. Al Battesimo siamo stati immersi nelle acque primordiali, il luogo del caos dove Dio non ha ancora portato il suo buon ordine, il luogo dove non c'è vita, il luogo dove l'uomo non può respirare. Siamo immersi nella morte, ma dalla morte veniamo sollevati e, sussulto!, scopriamo che non siamo morti, ma vivissimi! Eppure solo il seme della vita eterna è piantato nel Battesimo. E questo seme deve essere nutrito a pienezza di vita dalla nostra volontà di morire, morire e morire di nuovo.

Uomini morti che camminano, questi tre. Sono chiamati a percorrere la via della croce con Gesù. Per lui hanno accettato la perdita di tutte le cose e le considerano tanta spazzatura, da guadagnare Cristo, dai Filippesi. Giosuè, Giuseppe e Matteo sono morti nel battesimo per avere la vita eterna, ma devono morire, morire e morire di nuovo. In povertà, stanno morendo per il mondo. Nella castità, muoiono al corpo. In obbedienza, muoiono a se stessi. Ma il nostro mondo, i nostri corpi, noi stessi, questi non sono inchiodati alla croce nella condanna, per subire la morte come fine, come se fossero cose cattive. No. Sono fissati sulla croce nella morte con Gesù proprio perché sono cose buone, e perché la potenza di Gesù è la potenza di quel chicco di grano, la potenza di produrre dalla morte il frutto vivo che finalmente dà la vita vera e piena a queste cose buone: vita in abbondanza per il nostro mondo, vita in abbondanza per i nostri corpi, vita in abbondanza per noi stessi. L'unica cosa che deve veramente morire sulla croce è quella bugia che ci diciamo nei nostri peccati: è tutto mio. È tutto per me. E solo per me. È questa bugia che deve davvero morire. Il resto è solo trasformazione, da questa vita nel mondo alla vita in Cristo risorto.

Questo è il santo Vangelo che questi uomini e tutti noi siamo tenuti a predicare, e la verità a cui oggi è dedicata la loro professione: Gesù Cristo è risorto dai morti! Il peccato e la morte non hanno presa su di lui. E il peccato e la morte non hanno presa su coloro che lo seguono. Guai a noi se non predichiamo questo Vangelo. Guai a noi se non seguiamo Cristo, e non conduciamo con gioia gli altri, al luogo dove Egli è: il luogo dell'amore sacrificale, il luogo dove la morte porta novità di vita, il luogo dove ci rallegriamo di essere chiamati: morti che camminano.